Datemi retta. Diamola alla Francia, che se la merita più dell'Italia.
A Pietra Ligure la gente va in bicicletta.
Gli abitanti se chiedi informazioni non guardano il cielo sperando che Dio mandi un fulmine ad incenerirti sul posto, ma sono gentili e danno informazioni approfondite, perdendo anche del tempo per farlo il meglio possibile.
A Pietra Ligure puoi camminare tranquillamente con i sandali senza la paura di prenderti la leptospirosi perchè le strade sono pulite.
Quando attraversi la strada gli automobilisti si fermano due o tre metri prima delle strisce perchè ti hanno già vista, e non frenano improvvisamente smadonnando perchè sono costretti da una stupida legge a farti passare.
A Pietra Ligure l'asilo è in un residence quasi in campagna, immerso nel verde, con orti e animali.
A Pietra Ligure vogliono aprire una ludoteca e hanno già la struttura a disposizione.
Pietra Ligure è un paese per turisti. Andateci, ci sono delle spiagge di sabbia bianca bellissime.
*neve*
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martedì 27 settembre 2011
lunedì 26 settembre 2011
Gelatine a 10 centesimi l'una .
Scampoli di un centro estivo ben riuscito: l'ultima settimana - ovvero la prima di settembre - siamo andati all'Acquasola - parco genovese. Io avevo organizzato una specie di Olimpiade, con giochi vari: la staffetta, il gioco di kim, torneo di verde - ahahahahaha, lo conoscerete sicuramente sotto altro nome - il limbo e il gioco del fazzoletto. Per i vincitori, ricchi premi: smarties, kit-kat e schifezze varie. Fra le altre cose, c'era anche un bel pacco di gelatine. Cosa hanno fatto le ragazze - perchè c'era una schiacciante propenderanza femminile - ? Hanno messo un po' di gelatine in un bicchiere di plastica e sono andate in giro per il parco a venderle ai malcapitati di turno. 10 centesimi la caramella. Pensate a una ciurma di ragazzine fra i 4 e gli 11 anni che vi circondano e tentano di vendervi caramelle, e non vi mollano finchè non ci riescono. Meglio dare i 10 centesimi. Bè, hanno tirato su 3 euro. Quei 3 euro se li sono divisi e li hanno aggiunti ai soldi che avevano già per comprare il gelato. E già questo a me sconvolgeva...
Il maschio - l'unico :( - è andato ancora più avanti: ha detto: "Ma 10 centesimi sono troppi!", è andato al bar e ha comprato le Big Babol - ai miei tempi erano maschi, ora sono femmine... Dopodichè le ha vendute a un euro l'una.
Queste nuove generazioni hanno l'imprenditoria nel sangue, non c'è dubbio...
*neve*
Il maschio - l'unico :( - è andato ancora più avanti: ha detto: "Ma 10 centesimi sono troppi!", è andato al bar e ha comprato le Big Babol - ai miei tempi erano maschi, ora sono femmine... Dopodichè le ha vendute a un euro l'una.
Queste nuove generazioni hanno l'imprenditoria nel sangue, non c'è dubbio...
*neve*
domenica 18 settembre 2011
La casa nel bosco .
Ora vi racconto una storia.
C'era una volta un bosco. Un bel bosco verde e pulito, come non se ne vedono quasi più. In questo bosco c'erano due persone, un uomo e una donna, che costruivano una casa. Una bella casetta di legno nel bosco verde. Non si sa bene che nomi avessero, ma lui era L'Uomo Che Sapeva Di Albero, lei La Ragazza Dei Palloncini. Due nomi un po' così. La dicevano lunga sul loro modo di vedere la vita.
Insomma, questi due stavano costruendo la loro casetta in mezzo al bosco. La costruivano in modi diversi, uno da una parte e l'altra dall'altra, ma con tenacia comune, e molto impegno, ma mentre L'Uomo Che Sapeva Di Albero si faceva molto gli affari suoi, concentrato sul suo lavoro, La Ragazza Dei Palloncini spesso andava a vedere cosa lui stesse combinando, dava un'occhiata, ci girava intorno, giusto come i palloncini del suo nome. Sorrideva, oppure s'adombrava, dipendeva dalle volte. Lui continuava senza sosta a costruire. Questa è un po' la storia, no? Lei ci ballava intorno, lui costruiva.
E insomma, succede che un brutto giorno lei va di nuovo a vedere cosa lui stesse combinando, e quel che vede non gli piace. Non gli piace per niente. Non sa bene perchè. Forse è troppo scuro, forse non s'incastra bene col resto, forse aveva solo voglia che lui magari facesse una pausa e stesse un po' con lei. Si mette a piangere, gli dice che così non le piace, non le va. Lui deve cambiare modo, altrimenti... Altrimenti non sa bene neanche lei.
In effetti non è un granchè, come comportamento. Cosa significa "cambia modo oppure..."? Suona come una minaccia, e lei non è in grado di minacciarlo, non ha neanche senso la minaccia. Comunque...
Lui si ferma. Smette di lavorare, posa gli strumenti e la guarda sorpreso. Sono stupito, le dice, non capisco. Lei con rabbia gli sbatte addosso le sue lacrime. Non va bene così, devi costruire in modo diverso. Devi farlo come dico io! Non che lei non abbia le sue ragioni, ma certo lui stava costruendo con passione e impegno, e questo lei lo sapeva bene.
Discutono, e lei lo osserva con malinconia e disperazione. Gli sembra così lontano e irraggiungibile, quell'uomo che sa di buono, che sa di albero. Lui guarda solo in avanti, e quando posa gli occhi in quelli di lei ce li tiene giusto un attimo, poi li distoglie. Sembra inevitabile. La resa.
Così accade. Lei se ne va, nel buio, e le pare di svenire, mentre cammina nella notte. Si sente un fantasma, e non ricordava quanto fosse orribile barcollare su una strada, senza forze. Ora lo ricorda bene. Si avventura in questo bosco che fino a poco prima era sembrato così accogliente e magico, e che ora le sembra solo nemico, solo estraneo. Pensa. Voglio davvero questo? Che ne sarà di quella bella casa che stavamo costruendo? Se la prenderà qualcun altro? Qualcun altro ci abiterà? Oppure il bosco se la riprenderà? E che ne sarà di me?
Lui rimane lì. Si siede a terra, mastica una sigaretta. Guarda la casa costruita fin ad ora. Si chiede "E' questo che voglio anche io?". La risposta è probabilmente no. Ma io voglio cambiare? No. Io voglio costruire la casa a modo mio. E' questo che voglio. E lo dico chiaro e forte.
Lei nascosta nel folto del bosco è ritornata indietro e lo osserva nascosta. Pensa a tutte le volte che è rimasta incantata a guardarlo. Non c'è niente di più bello al mondo dell'Uomo Che Sa Di Albero mentre scartavetra una porta, e ride al pensiero.
Insomma, in pratica questa resa non sta bene né a lei né a lui, dunque cosa succede? Succede che dopo un po' di tempo passato lei nel folto della boscaglia a osservarlo, e lui a pensare con la sigaretta masticata, lei sbuca fuori e gli dice "Che cavolo stiamo facendo? Non ha senso tutto ciò". Lui è sostanzialmente d'accordo. Mi spiace, dice lei, accetterò il tuo modo di costruire la casa, anche se è diverso dal mio, anche se ogni tanto mi fa impazzire. Ma è il tuo, e tu non mi hai mai detto che il mio modo non ti piace, o che lo devo cambiare. Lui ci pensa un po'. Sicuramente ci sta ancora pensando, a questa storia. Però hanno ricominciato a costruire la casa nel bosco.
Cosa significa questa storia? Sapete che non lo so? Penso solo che costruire le case nel bosco è bello, ma è anche scomodo alle volte, perchè i rami ti si conficcano nelle gambe e nelle braccia. E poi è pieno di insetti....
*neve*
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domenica 21 agosto 2011
Super suora .
Ieri ho visto una suora sull'autobus. Non si capiva subito che era una suora. Io la vedevo da dietro, e potevo solo notare la sua statura eccezionalmente bassa, la sua cappa nera che arrivava fino a terra, e una specie di veletta sul volto. All'inizio pensavo fosse una vedova ultracentenaria. Ho pregato Dio - pur non credendoci ho fatto un tentativo - che facesse girare quella creatura, volevo vederla di fronte, e Dio, trattandosi di una sua fan - la suora - non ha esitato. La cappa si è seduta.
Era effettivamente una suora. Una suora come non ne fanno più così. Avrà avuto un milione di anni, almeno, ed era chiaramente la super capa di tutte le suore del Mondo, la Madre Badessa Superiora di San Gennario e Tutti i Santi del Paradiso del Sacro Sigillo Incoronato. Una Super Suora. Improvvisamente mi sono sentita bruciare sul rogo: tutti i miei peccati mi stavano pesando sul groppone, e Lei sicuramente LO SAPEVA. Mi sembrava che tutti i passeggeri sull'autobus si stessero interrogando sui propri peccati, da quelli più recenti a quelli ormai persi nello scrigno della memoria - citazione che solo pochi possono capire. E io, poi, appena tornata da mare, dunque sgualdrina e discinta! Sapevo che sarei bruciata all'Inferno per l'eternità, pur non credendoci, che è la cosa peggiore.
Poi ad un certo punto la Super Suora è sparita, e io mi sono tranquillizzata. Non ci sono più le suore di un tempo, pensai. Ormai le suore SORRIDONO, o GIOCANO A CALCIO - orrore! Bisognerebbe recuperare le vecchie usanze - e le vecchie suore - di una volta...
*neve*
Era effettivamente una suora. Una suora come non ne fanno più così. Avrà avuto un milione di anni, almeno, ed era chiaramente la super capa di tutte le suore del Mondo, la Madre Badessa Superiora di San Gennario e Tutti i Santi del Paradiso del Sacro Sigillo Incoronato. Una Super Suora. Improvvisamente mi sono sentita bruciare sul rogo: tutti i miei peccati mi stavano pesando sul groppone, e Lei sicuramente LO SAPEVA. Mi sembrava che tutti i passeggeri sull'autobus si stessero interrogando sui propri peccati, da quelli più recenti a quelli ormai persi nello scrigno della memoria - citazione che solo pochi possono capire. E io, poi, appena tornata da mare, dunque sgualdrina e discinta! Sapevo che sarei bruciata all'Inferno per l'eternità, pur non credendoci, che è la cosa peggiore.
Poi ad un certo punto la Super Suora è sparita, e io mi sono tranquillizzata. Non ci sono più le suore di un tempo, pensai. Ormai le suore SORRIDONO, o GIOCANO A CALCIO - orrore! Bisognerebbe recuperare le vecchie usanze - e le vecchie suore - di una volta...
*neve*
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sabato 29 gennaio 2011
L'estraneo .
Si sentiva in prigione. Forse perchè lo era veramente. Aprì gli occhi, guardò le sbarre davanti a sé. Non c'erano dubbi sul luogo in cui si trovava. Ogni tanto si poneva delle domande, le veniva la curiosità di capire perchè si trovasse lì, e chi ce l'aveva mandata, e fantasticava sulle possibili risposte. Poi lo chiedeva anche alle secondine, ma non riceveva mai una risposta soddisfacente. D'altronde, era sempre stata molto puntigliosa, su certe cose, e non si accontentava di risposte così, buttate a caso. Ricordò che da bambina non era stata molto diversa.
Una volta era in macchina coi suoi genitori, e si viaggiava rasente la ferrovia. Guardando il treno che correva di fianco a loro aveva chiesto se era vero come si vedeva nel suo cartone preferito, che c'è un treno che vola. I suoi genitori molto frettolosamente le avevano risposto che sì, era vero, esisteva. Lei aveva avuto un moto di rabbia interiore. Aveva 4 anni, ma non le piaceva che le si raccontassero bugie. Così aveva ribattuto che se non avevano il tempo di rispondere potevano evitare di dire cose a caso. Li aveva gelati così. Era sempre stata in questo modo, sin dai 4 anni. Forse sin da prima.
Non sapeva che ore erano. Il tempo in cella tende a dilatarsi, a diventare un'unica massa dolente, un buco nero di rabbia e sofferenza che ingoia tutto quanto. Faceva casino col sonno e la veglia, per esempio. C'erano delle volte che era sveglia e le pareva di sognare, e immaginava cose fantastiche, di ammazzare qualcuno, di suicidarsi in modi sempre diversi, di guidare un autotreno, di immergersi nel mare più profondo, e poi si accorgeva che stava parlando, che era sveglia, e che quelle cose non le stava sognando, le stava pensando consapevolmente. Se ne accorgeva perchè la secondina di turno le lanciava un urlo che la scuoteva. Allora taceva immediatamente, e tirava su col naso. Altre volte invece sognava, e pensava di essere sveglia. Erano spesso incubi, e lei non poteva farci nulla perchè era in balia di ciò che accadeva nella sua mente.
C'era un sogno, ad esempio, che la tormentava spesso. C'era un bambino, in casa sua. Un bambino che piangeva. Lei gli diceva di smetterla, ma il bambino continuava piangere. Era tutto molto veloce. Pochi flash, poi il sogno finiva. Lei sapeva che non era proprio un sogno, che era vero, quel bambino era vero. C'era anche un uomo nel sogno. Ne sentiva la voce. Era Lui, senza dubbio. Quella era la loro casa. Lei sapeva che ora a casa loro c'era questo bambino, un bambino biondo, di circa 3 anni. Cosa ci faceva nella loro casa? Di chi era? Chi l'aveva portato lì? Non trovava risposte a queste domande, perciò assillava sé stessa e gli altri. Si ritrovava a chiedere ripetutamente alle secondine: chi è quel bambino? Di chi è? Cosa ci fa a casa mia? Le risposte erano sempre gettate al vento. Non era capace di ascoltarle. Le lasciava cadere così, come foglie morte dall'albero.
Avrebbe tanto voluto essere un fiume, o magari un torrente di montagna, e passare accanto a un albero, un bel castagno nodoso, come quello che aveva suo nonno in campagna. Serpeggiare dentro ad un bosco, fare fruscio fra le rocce, adombrarsi all'albero, e poi via, cadere giù, senza sapere dove andare. Almeno la prima volta. Invece era lì, chiusa fra quattro mura, a sognare bambini biondi, senza sapere nemmeno che ore fossero. Improvvisamente la secondina annunciò una visita. Lui stava venendo a trovarla. Lui veniva spesso a trovarla, ma lei non aveva molta voglia di vederlo. Per questa cosa del bambino. Era molto arrabbiata per questa storia, non voleva che a casa sua ci fosse un bambino estraneo. Doveva cacciarlo di casa. Ma Lui non voleva farlo, e ogni volta litigavano, e Lui le diceva cose che lei non capiva. Quando si parlava del bambino, le parole di Lui diventavano incomprensibili, come passate al registratore, rallentate, modificate. Lei non lo capiva. Sospettava che lo facesse apposta, di parlare male, storto, per fare in modo che lei non capisse cosa stava dicendo. Forse voleva incastrarla, per cose che lei non sapeva neanche. Comunque quel bambino doveva andarsene da casa loro. Era un estraneo, un intruso. Non aveva alcun diritto di stare con loro, nella loro casa. Era parecchio che non la vedeva, la sua casa, anche se naturalmente questo problema del tempo rendeva difficile capire da quanto. E per quanto non l'avrebbe rivista.
Poi Lui arrivò. Sentì i suoi passi, inconfondibili, un po' pesanti, sul pavimento del carcere. Non la facevano neanche uscire dalla gabbia, la tenevano sempre dentro, per evitare che si facesse del male. O che facesse del male a qualcuno. Lei non capiva bene neanche questo. Di solito, quando Lui veniva a trovarla, lei non lo degnava neanche di uno sguardo, perchè comunque era anche colpa sua se ora si trovava lì dentro. Era un po' offesa per questo. E poi per la questione del bambino, certamente. Dunque anche questa volta si mise con le spalle alle sbarre, e il volto rivolto verso il muro, per non rischiare di guardarlo neanche un secondo. Come faceva di solito. Però questa volta andò diversamente. Ripensò per un attimo a quella storia del fiume e dell'albero, e le venne in mente per un secondo che forse le sarebbe piaciuto, da fiume, trovare lui sotto forma di albero, lungo le sue rive. Fu un cedimento, un attimo. Volse la testa, e se lo ritrovò lì, davanti a sé, oltre le sbarre. Era un sacco di tempo che non lo vedeva dietro le sbarre. Era lei ad essere in prigione, ma ogni tanto per non impazzire diceva a sé stessa che erano gli altri ad essere oltre, ad essere in gabbia. Così lo vide, e rimase a guardarlo per un po'.
Lui disse solo una parola
Anna.
Era il suo nome, certamente.
Anna, ripetè.
Era sempre stato un tipo piuttosto calmo, e anche in quel momento la sua voce risuonava tranquilla all'interno di quella cattedrale.Questo le faceva quasi piacere, quasi fosse una coperta calda che non si tirava su, a coprirsi, da parecchio tempo. Lui rimase immobile sulla soglia, e lei per un attimo si trovò spaesata. Cosa doveva fare, si chiese. Ormai la regola era saltata, lei lo aveva guardato, senza dubbio Lui lo sapeva, e quindi? Sentì fortissimo il desiderio di toccarlo, qualcosa che non faceva da tanto tempo, da quando le sue parole erano diventate incomprensibile per lei. Quanta fatica le sarebbe costata, e cosa avrebbe significato per Lui? Non lo sapeva. Si trascinò fino alle sbarre, dove la stoffa dei suoi jeans sfioravano il freddo metallo a cui lei si stava aggrappando.
Quel bambino deve andarsene.
Attaccata alle sbarre guardò in alto, lo guardò negli occhi. Erano color dell'ambra, li ricordava bene, ed erano rimasti così, nonostante il passar del tempo. Improvvisamente, nei suoi occhi vide qualcosa. Un'immagine, che si specchiava nel suo sguardo e finiva dritta nel suo cervello. C'era un altro bambino, in questa immagine, ma stavolta più piccolo, in fasce. Lei lo teneva in braccio, e lo guardava con amore. Un amore che stentò a credere di avere. L'immagine che vedeva lo mostrava chiaramente, ma lei stentava a riconoscerlo su sé stessa. Quando è successo questo, si chiese. Lo chiese a voce alta, a Lui. Chi è questo bambino, cosa è per me? Esiste veramente? Lui le rispose nel solito modo che lei non capì. Le venne un moto di rabbia, come quella volta da bambina, per la faccenda del treno che volava.
Rispondimi ti prego.
Lo afferrò per i pantaloni.
Lui si abbassò su di lei e disse
E' tuo figlio.
E poi ancora
E' nostro figlio.
Quando è successo?
Tre anni fa.
Io non ricordo niente.
Sì. Lo so.
Allora i ricordi si mescolarono con le lacrime. Perchè come aveva potuto dimenticare? Certo, quel bambino biondo in giro per casa, quel bambino estraneo, era il suo, era il loro. Si afferrò ancora di più ai suoi pantaloni, e in un attimo le venne in mente come lo aveva partorito, e quando, e cosa aveva provato, e quanto aveva spinto per farlo venire al Mondo. Tutto il sangue e le lacrime, e la voce di Lui accanto.
Dunque è davvero mio e tuo?
Sì. Mio e tuo. Di entrambi. Insieme.
Non era più un estraneo. Quel bambino era suo, e di Lui, contemporaneamente. Ora poteva anche pagare in pace per ciò che aveva fatto. Ora che sapeva, poteva pagare. Ora lei si sarebbe trasformata in fiume, e Lui in albero, e avrebbero portato con loro quella piccola foglia, quel fiore o frutto che era nato dai loro lombi, tre anni prima.
Si asciugò le lacrime.
Voglio dormire. Ma poi portami via di qui.
Sapeva che lui non poteva portarla via, che sarebbe rimasta lì per molto tempo ancora, a sentire passare il tempo eppure immobile, immutabile, come i ricordi della sua infanzia, senza un figlio.
*neve*
Una volta era in macchina coi suoi genitori, e si viaggiava rasente la ferrovia. Guardando il treno che correva di fianco a loro aveva chiesto se era vero come si vedeva nel suo cartone preferito, che c'è un treno che vola. I suoi genitori molto frettolosamente le avevano risposto che sì, era vero, esisteva. Lei aveva avuto un moto di rabbia interiore. Aveva 4 anni, ma non le piaceva che le si raccontassero bugie. Così aveva ribattuto che se non avevano il tempo di rispondere potevano evitare di dire cose a caso. Li aveva gelati così. Era sempre stata in questo modo, sin dai 4 anni. Forse sin da prima.
Non sapeva che ore erano. Il tempo in cella tende a dilatarsi, a diventare un'unica massa dolente, un buco nero di rabbia e sofferenza che ingoia tutto quanto. Faceva casino col sonno e la veglia, per esempio. C'erano delle volte che era sveglia e le pareva di sognare, e immaginava cose fantastiche, di ammazzare qualcuno, di suicidarsi in modi sempre diversi, di guidare un autotreno, di immergersi nel mare più profondo, e poi si accorgeva che stava parlando, che era sveglia, e che quelle cose non le stava sognando, le stava pensando consapevolmente. Se ne accorgeva perchè la secondina di turno le lanciava un urlo che la scuoteva. Allora taceva immediatamente, e tirava su col naso. Altre volte invece sognava, e pensava di essere sveglia. Erano spesso incubi, e lei non poteva farci nulla perchè era in balia di ciò che accadeva nella sua mente.
C'era un sogno, ad esempio, che la tormentava spesso. C'era un bambino, in casa sua. Un bambino che piangeva. Lei gli diceva di smetterla, ma il bambino continuava piangere. Era tutto molto veloce. Pochi flash, poi il sogno finiva. Lei sapeva che non era proprio un sogno, che era vero, quel bambino era vero. C'era anche un uomo nel sogno. Ne sentiva la voce. Era Lui, senza dubbio. Quella era la loro casa. Lei sapeva che ora a casa loro c'era questo bambino, un bambino biondo, di circa 3 anni. Cosa ci faceva nella loro casa? Di chi era? Chi l'aveva portato lì? Non trovava risposte a queste domande, perciò assillava sé stessa e gli altri. Si ritrovava a chiedere ripetutamente alle secondine: chi è quel bambino? Di chi è? Cosa ci fa a casa mia? Le risposte erano sempre gettate al vento. Non era capace di ascoltarle. Le lasciava cadere così, come foglie morte dall'albero.
Avrebbe tanto voluto essere un fiume, o magari un torrente di montagna, e passare accanto a un albero, un bel castagno nodoso, come quello che aveva suo nonno in campagna. Serpeggiare dentro ad un bosco, fare fruscio fra le rocce, adombrarsi all'albero, e poi via, cadere giù, senza sapere dove andare. Almeno la prima volta. Invece era lì, chiusa fra quattro mura, a sognare bambini biondi, senza sapere nemmeno che ore fossero. Improvvisamente la secondina annunciò una visita. Lui stava venendo a trovarla. Lui veniva spesso a trovarla, ma lei non aveva molta voglia di vederlo. Per questa cosa del bambino. Era molto arrabbiata per questa storia, non voleva che a casa sua ci fosse un bambino estraneo. Doveva cacciarlo di casa. Ma Lui non voleva farlo, e ogni volta litigavano, e Lui le diceva cose che lei non capiva. Quando si parlava del bambino, le parole di Lui diventavano incomprensibili, come passate al registratore, rallentate, modificate. Lei non lo capiva. Sospettava che lo facesse apposta, di parlare male, storto, per fare in modo che lei non capisse cosa stava dicendo. Forse voleva incastrarla, per cose che lei non sapeva neanche. Comunque quel bambino doveva andarsene da casa loro. Era un estraneo, un intruso. Non aveva alcun diritto di stare con loro, nella loro casa. Era parecchio che non la vedeva, la sua casa, anche se naturalmente questo problema del tempo rendeva difficile capire da quanto. E per quanto non l'avrebbe rivista.
Poi Lui arrivò. Sentì i suoi passi, inconfondibili, un po' pesanti, sul pavimento del carcere. Non la facevano neanche uscire dalla gabbia, la tenevano sempre dentro, per evitare che si facesse del male. O che facesse del male a qualcuno. Lei non capiva bene neanche questo. Di solito, quando Lui veniva a trovarla, lei non lo degnava neanche di uno sguardo, perchè comunque era anche colpa sua se ora si trovava lì dentro. Era un po' offesa per questo. E poi per la questione del bambino, certamente. Dunque anche questa volta si mise con le spalle alle sbarre, e il volto rivolto verso il muro, per non rischiare di guardarlo neanche un secondo. Come faceva di solito. Però questa volta andò diversamente. Ripensò per un attimo a quella storia del fiume e dell'albero, e le venne in mente per un secondo che forse le sarebbe piaciuto, da fiume, trovare lui sotto forma di albero, lungo le sue rive. Fu un cedimento, un attimo. Volse la testa, e se lo ritrovò lì, davanti a sé, oltre le sbarre. Era un sacco di tempo che non lo vedeva dietro le sbarre. Era lei ad essere in prigione, ma ogni tanto per non impazzire diceva a sé stessa che erano gli altri ad essere oltre, ad essere in gabbia. Così lo vide, e rimase a guardarlo per un po'.
Lui disse solo una parola
Anna.
Era il suo nome, certamente.
Anna, ripetè.
Era sempre stato un tipo piuttosto calmo, e anche in quel momento la sua voce risuonava tranquilla all'interno di quella cattedrale.Questo le faceva quasi piacere, quasi fosse una coperta calda che non si tirava su, a coprirsi, da parecchio tempo. Lui rimase immobile sulla soglia, e lei per un attimo si trovò spaesata. Cosa doveva fare, si chiese. Ormai la regola era saltata, lei lo aveva guardato, senza dubbio Lui lo sapeva, e quindi? Sentì fortissimo il desiderio di toccarlo, qualcosa che non faceva da tanto tempo, da quando le sue parole erano diventate incomprensibile per lei. Quanta fatica le sarebbe costata, e cosa avrebbe significato per Lui? Non lo sapeva. Si trascinò fino alle sbarre, dove la stoffa dei suoi jeans sfioravano il freddo metallo a cui lei si stava aggrappando.
Quel bambino deve andarsene.
Attaccata alle sbarre guardò in alto, lo guardò negli occhi. Erano color dell'ambra, li ricordava bene, ed erano rimasti così, nonostante il passar del tempo. Improvvisamente, nei suoi occhi vide qualcosa. Un'immagine, che si specchiava nel suo sguardo e finiva dritta nel suo cervello. C'era un altro bambino, in questa immagine, ma stavolta più piccolo, in fasce. Lei lo teneva in braccio, e lo guardava con amore. Un amore che stentò a credere di avere. L'immagine che vedeva lo mostrava chiaramente, ma lei stentava a riconoscerlo su sé stessa. Quando è successo questo, si chiese. Lo chiese a voce alta, a Lui. Chi è questo bambino, cosa è per me? Esiste veramente? Lui le rispose nel solito modo che lei non capì. Le venne un moto di rabbia, come quella volta da bambina, per la faccenda del treno che volava.
Rispondimi ti prego.
Lo afferrò per i pantaloni.
Lui si abbassò su di lei e disse
E' tuo figlio.
E poi ancora
E' nostro figlio.
Quando è successo?
Tre anni fa.
Io non ricordo niente.
Sì. Lo so.
Allora i ricordi si mescolarono con le lacrime. Perchè come aveva potuto dimenticare? Certo, quel bambino biondo in giro per casa, quel bambino estraneo, era il suo, era il loro. Si afferrò ancora di più ai suoi pantaloni, e in un attimo le venne in mente come lo aveva partorito, e quando, e cosa aveva provato, e quanto aveva spinto per farlo venire al Mondo. Tutto il sangue e le lacrime, e la voce di Lui accanto.
Dunque è davvero mio e tuo?
Sì. Mio e tuo. Di entrambi. Insieme.
Non era più un estraneo. Quel bambino era suo, e di Lui, contemporaneamente. Ora poteva anche pagare in pace per ciò che aveva fatto. Ora che sapeva, poteva pagare. Ora lei si sarebbe trasformata in fiume, e Lui in albero, e avrebbero portato con loro quella piccola foglia, quel fiore o frutto che era nato dai loro lombi, tre anni prima.
Si asciugò le lacrime.
Voglio dormire. Ma poi portami via di qui.
Sapeva che lui non poteva portarla via, che sarebbe rimasta lì per molto tempo ancora, a sentire passare il tempo eppure immobile, immutabile, come i ricordi della sua infanzia, senza un figlio.
*neve*
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venerdì 17 dicembre 2010
Il Conte di Carmagnola e la Cenerentola di Prokofiev saranno mica parenti?
Accade dunque che per motivi vari che non sto qui a spiegare - ero sulle tracce di un misterioso tesoro nascosto, guardate un po', nella ridente cittadina di Carmagnola, in provincia di Torino. Io non sapevo che lì vi fosse un Conte - chissà se scapolo - ma ora lo so. Un amico doveva venirmi a prendere alla stazione, ma non si fece vedere, così mi preparai alla camminata. Attraversai il locale mercato del bestiame - a giudicare dal regale odore che si diffondeva ad ogni mio passo - e faceva veramente freddo. Siccome non avevo la più pallida idea di dove fosse il mio rifugio per quella notte, chiesi la strada a due ragazze con un cane. Ora, mi è stato spesso detto che sono antipatica, arrabbiata e scortese - dunque un pessimo elemento. Eppure, nonostante questa odiosità che mi esce da ogni poro, una delle ragazze si offrì di accompagnarmi al mio rifugio - un b&b poco fuori città. Dicono che im piemontesi siano "falsi e cortesi", ma questa ragazza con me fu super gentile, e niente affatto falsa! Mi caricò in macchina e mi portò nella strada dove il mio b&b era situato. Mi trovavo in una stradina buia, senza illuminazione, e dovevo cercare un numero su un portone, ma il problema era che non si vedevano neanche i portoni! Poco a poco i miei occhi si abituarono alla poca luce, e trovai un cancello con su scritto "B&b Binot" - con la dieresi sulla "o". Il cancello era aperto, perchè vi era appena entrata una ragazza, e così la seguii ed entrai pure io. Bè, davvero mi sembrò di entrare in un mondo di fate. Sembrava un giardino incantato. La ghiaia bianca faceva da sfondo a prati ben curati e raccolti, dove troneggiava un albero tutto addobbato a festa. Qui e là siepi e aiuole completavano il paesaggio. Tutto molto piccolo, e per questo veramente delizioso. Daventi a me c'era una casa su due piani, con tante finestre, e una porta a vetri da cui si intravedeva l'interno, molto accogliente, sul rosso. Timidamente bussai. E non venne ad aprirmi uno Gnomo - come mi sarei aspettata - ma un uomo di circa 40/45 anni, con una bella faccia sorridente. Aveva un mestolo in mano, e stava evidentemente cucinando. Mi accompagnò fuori, su per una scaletta, e mi fece vedere la mia stanza, che in realtà era un appartamento. Anche in quel caso, rimasi a bocca aperta. Ne era valsa la pena, di arrivare lì scalza, con un passaggio, al freddo, per vedere quella meraviglia. Un trilocale, in pratica, piccolo ma arredato con un gusto incredibile, tutto di legno, tra i colori verde, marrone e azzurro. Il proprietario - che alla fine forse era davvero uno Gnomo travestito da Essere Umano - mi diede le indicazioni necessarie e se ne andò. Quando vidi il letto, mi sciolsi: era un fantastico letto morbidissimo con super piumone, e mi dannai l'anima per non potermi gettare subito lì dentro, da buona Principessa Sprofondina quale io sono, e dormire della grossa. No. Dovevo uscire a cena. Con l'amico che non si era fatto vivo, per giunta. Chiamiamolo Carlo. Tanto è il suo nome...
Alla fine riuscii ad andare a cena. Non vedevo Carlo e Giorgio da circa 10 anni, e devo dire che mi fece un certo effetto. Carlo adesso ha 34 anni, gli hanno asporato un tumore, l'hanno operato al cuore, ha una figlia di 2 mesi e sembra che per lui gli anni non siano passati. Con invidia lo guardavo cercando di carpirgli il segreto. Giorgio, invece, è cambiato eccome. Ha messo su un po' di carne, ha il viso più pieno - anche se sempre molto severo - ed è rimasto disilluso come 10 anni fa. Sono io che mi sento cambiata. Chissà se anche loro lo percepiscono. Sono seduta in mezzo a loro, e mi sento così diversa. Così cresciuta. Magari è solo un'impressione. O un desiderio. Di non sembrare la ragazzina spaurita e incapace di vivere che ero allora. Ma loro sanno delle cose, e sapere che loro sanno mi fa un po' tremare. Ma scrollo le spalle e faccio finta di niente. La sala della pizzeria è piena di russi. D'altronde, il giorno dopo ci sarà la conferenza su Chernobyl e la Cecenia, dunque è logico che ci siano un sacco di russi e di traduttori. Tutti parlano russo, e io mi sento malissimo. Ma non per il russo. Mi sento terribilmente fuori posto. Mi chiedo: "Ma che cavolo ci faccio qui?". Ah, già, il tesoro. Sono qui per trovare il tesoro nascosto. Ok. Focalizza. Ancora. Ok. Ci sei.
La notte torno a dormire nel mio b&b da favola, ma non dormo molto. Nonostante la morbidezza incredibile del mio lettuccio, un misterioso principe mi teneva sveglia perchè partiva per le terre del nord, e tutta la notte non ho fatto altro che svegliarmi continuamente e riaddormentarmi. La mattina c'era la famosa conferenza su Chernobyl e la Cecenia. Dopo un'ottima colazione ho lasciato a malincuore il mio rifugio, e Carlo è passato a prendermi. La conferenza si teneva in un capannone fuori Carmagnola, in piena campagna. Faceva freddo, ma c'era il sole e l'aria era limpidissima. C'era parecchia gente, venuta apposta per ascoltare ciò che scienziati, politici, giornalisti e preti erano venuti a raccontare. I temi erano due: l'impatto del nucleare - con riferimento a Chernobyl - e la politica oscurantista del governo russo su temi quali nucleare e minoranze etniche. Il primo a parlare fu anche l'oratore più interessante: uno scienziato russo imprigionato per le sue denunce su Chernobyl. Un uomo spesso, serio, bondiccio, con occhi azzurri attenti. Molto bravo, pensavo mentre lo ascoltavo. Quest'uomo non solo ha vissuto esperienze difficili, ma le sa anche raccontare. Non è facile. Parlava ovviamente in russo, e accanto aveva la traduttrice, ma lo avrei ascoltato anche se la traduzione non ci fosse stata. Molto sicuro di sé e tranquillo, parlava in piedi, con calma, scandendo bene parole che noi non comprendevamo. Un uomo affascinante, pensavo.
Meno affascinanti gli altri che hanno parlato dopo: una giornalista, il presidente di un'associazione che si batte per le vittime di Chernobly, una semplice cittadina. Tutti con storie drammatiche alle spalle. Ad un certo punto, però, dopo due ore e mezzo di monologhi senza pause, ho cominciato ad osservare i parlatori sotto altri punti di vista. Non solo ascoltavo ciò che dicevano, ma osservano anche come lo dicevano. Purtroppo è molto difficile parlare in pubblico, non tutti sono bravi, e infatti il problema era proprio quello, pensavo mentre osservavo queste persone sedute, con la testa bassa, che guardavano a terra e parlavano a voce fioca. Certo, ciò che raccontavano poteva forse bastare a catturare la mia attenzione...forse...
Comunque quattro ore di conferenza sono decisamente troppo, la mattina...
Alla fine qualche idea in testa la avevo - portare l'associazione organizzatrice della conferenza "Un mondo in cammino" a Genova, o magari anche solo Carlo e i suoi libri - e sono andata via da Carmagnola con la testa piena di pensieri e di idee. Fuori dal capannone c'erano dei bellissimi alberi, e ho fatto qualche scatto.
Poi Giorgio mi ha accompagnato alla stazione, e ci siamo fermati in un bar a chiacchierare. Giorgio non è cambiato dentro. Fisicamente, sì. Ma dentro, è rimasto disilluso. Da l'idea di una persona terrorizzata dalla vita e dalle persone, e che per questo si costruisce un personaggio che lo ripara da tutto questo. Lo osservavo mentre beveva la sua birra e parlava dei suoi rapporti con la sua "simil-ragazza". Mi faceva tenerezza, in realtà. Mi dava i consigli. Ad un certo punto mi ha detto "Ecco, tu, ancora non hai l'ansia di avere figli. Aspetta di avere qualche anno in più e verrà anche a te". Sono cose che mi fanno molto sorridere, queste...Aspetterò, ho pensato. Ma se vorrò fare un figlio non attenderò che il desiderio spasmodico di farlo si impadronisca di me. Al massimo sarà il contrario.
Prendo il treno e volo a Torino. La città in questo periodo è splendida. Addobbata a festa, sembra fiorita, luminosa e piena di vita. La stazione è completamente nuova, tutta bianca, ci sono anche i bidoni per la raccolta differenziata. Davvero bella. Cammino per via Roma, piena di gente e di bancarelle che vendono prodotti tipici e caldarroste. Sono di corsa, ma piazza San Carlo mi lascia senza fiato. In piazza Castello, davanti al Teatro Regio, incontro Andrea. L'ho conosciuto sul treno di ritorno da Forlì. Ci siamo scritti per un po' sulla chat di facebook, e abbiamo deciso di conoscerci meglio "live". Andrea ha due occhi caldi color ambra, uno sguardo amichevole, è alto coi capelli scuri ed è decisamente una persona piacevole. Mi accompagna al mio b&b, un appartemento molto bello all'interno di un palazzo antico dietro piazza Castello. La casa è molto moderna ma in legno, con colori caldi e un cagnolino che ci accoglie timidamente. Andrea mi lascia: fra poco deve essere in Teatro. Lui suona la viola nell'orchestra e stasera va in scena la Cenerentola di Prokofiev. E io sono invitata. Penso che sono fortunata. Che non so se me lo merito. Che in questo periodo raccolgo cose che mi capitano in mano e che si rivelano d'oro.
La messa in scena della Cenerentola è molto moderna, mi dice una signora seduta vicino a me. Io non so, non me ne intendo, ma mi piace molto quello che vedo e sento. I ballerini mi sembrano bravissimi, e le coreografie mi trasportano in un mondo alternativo, magico. Sono stanca, stanchissima, ma lo spettacolo mi piace moltissimo, e resisto. Alla fine con Andrea andiamo a mangiare in un localino lì vicino. Chiacchieriamo molto. Lui è davvero la persona ideale con cui parlare: è gentile, gli occhi spalancati sul mondo, curioso, sensibile. Mi piace molto. Sì Sì. Ci raccontiamo pezzi delle nostre vite. Lui ha 43 anni, e io 31, ne avremmo di cose da dirci...
Dopo cena ognuno a casa propria, a dormire. Io ne avevo davvero bisogno, anche perchè il giorno dopo siamo andati a Superga. Abbiamo preso il tram, e arrivati alla base, siamo andati su con...non mi ricorderò mai come si chiama...bè, è una specie di trenino antico, specifico per la montagna, che ti porta su, fino in cima. Molto panoramico. Abbiamo girellato un po', intorno alla Basilica, poi abbiamo mangiato qualcosa, sempre chiacchierando. A me intanto mi veniva in mente che sarebbe stato bello portare anche lui a suonare a Genova. Quante cose che mi vengono in mente, in questo periodo! Non riesco a star dietro a tutto. Comunque, lavorerò anche a quello.
Mentre tornavo in treno, pensavo alla catena di eventi che mi aveva portato ad essere lì, a Superga, mentre un principe intanto se ne stava al nord, al freddo, in giro per Stoccolma. Pensavo che davvero, mi sentivo fortunata. Che alla fine le cose capitano da un niente, solo che se tu non ci sei, capitano a qualcun'altro. Tutto qui.
Lascio i link dell'Associazione che si è occupata di organizzare la conferenza contro il nucleare a cui ho partecipato:
PS: aggiungo questo video. Si tratta di un commento di Aldo Grasso alla commemorazione di Lennon, e contiene una critica alle parole dei documentari che condivido molto. Lo inserisco come pro memoria, perchè vorrei fare un post su questo argomento. Per ora, lascio il video.
Alla fine riuscii ad andare a cena. Non vedevo Carlo e Giorgio da circa 10 anni, e devo dire che mi fece un certo effetto. Carlo adesso ha 34 anni, gli hanno asporato un tumore, l'hanno operato al cuore, ha una figlia di 2 mesi e sembra che per lui gli anni non siano passati. Con invidia lo guardavo cercando di carpirgli il segreto. Giorgio, invece, è cambiato eccome. Ha messo su un po' di carne, ha il viso più pieno - anche se sempre molto severo - ed è rimasto disilluso come 10 anni fa. Sono io che mi sento cambiata. Chissà se anche loro lo percepiscono. Sono seduta in mezzo a loro, e mi sento così diversa. Così cresciuta. Magari è solo un'impressione. O un desiderio. Di non sembrare la ragazzina spaurita e incapace di vivere che ero allora. Ma loro sanno delle cose, e sapere che loro sanno mi fa un po' tremare. Ma scrollo le spalle e faccio finta di niente. La sala della pizzeria è piena di russi. D'altronde, il giorno dopo ci sarà la conferenza su Chernobyl e la Cecenia, dunque è logico che ci siano un sacco di russi e di traduttori. Tutti parlano russo, e io mi sento malissimo. Ma non per il russo. Mi sento terribilmente fuori posto. Mi chiedo: "Ma che cavolo ci faccio qui?". Ah, già, il tesoro. Sono qui per trovare il tesoro nascosto. Ok. Focalizza. Ancora. Ok. Ci sei.
La notte torno a dormire nel mio b&b da favola, ma non dormo molto. Nonostante la morbidezza incredibile del mio lettuccio, un misterioso principe mi teneva sveglia perchè partiva per le terre del nord, e tutta la notte non ho fatto altro che svegliarmi continuamente e riaddormentarmi. La mattina c'era la famosa conferenza su Chernobyl e la Cecenia. Dopo un'ottima colazione ho lasciato a malincuore il mio rifugio, e Carlo è passato a prendermi. La conferenza si teneva in un capannone fuori Carmagnola, in piena campagna. Faceva freddo, ma c'era il sole e l'aria era limpidissima. C'era parecchia gente, venuta apposta per ascoltare ciò che scienziati, politici, giornalisti e preti erano venuti a raccontare. I temi erano due: l'impatto del nucleare - con riferimento a Chernobyl - e la politica oscurantista del governo russo su temi quali nucleare e minoranze etniche. Il primo a parlare fu anche l'oratore più interessante: uno scienziato russo imprigionato per le sue denunce su Chernobyl. Un uomo spesso, serio, bondiccio, con occhi azzurri attenti. Molto bravo, pensavo mentre lo ascoltavo. Quest'uomo non solo ha vissuto esperienze difficili, ma le sa anche raccontare. Non è facile. Parlava ovviamente in russo, e accanto aveva la traduttrice, ma lo avrei ascoltato anche se la traduzione non ci fosse stata. Molto sicuro di sé e tranquillo, parlava in piedi, con calma, scandendo bene parole che noi non comprendevamo. Un uomo affascinante, pensavo.
Meno affascinanti gli altri che hanno parlato dopo: una giornalista, il presidente di un'associazione che si batte per le vittime di Chernobly, una semplice cittadina. Tutti con storie drammatiche alle spalle. Ad un certo punto, però, dopo due ore e mezzo di monologhi senza pause, ho cominciato ad osservare i parlatori sotto altri punti di vista. Non solo ascoltavo ciò che dicevano, ma osservano anche come lo dicevano. Purtroppo è molto difficile parlare in pubblico, non tutti sono bravi, e infatti il problema era proprio quello, pensavo mentre osservavo queste persone sedute, con la testa bassa, che guardavano a terra e parlavano a voce fioca. Certo, ciò che raccontavano poteva forse bastare a catturare la mia attenzione...forse...
Comunque quattro ore di conferenza sono decisamente troppo, la mattina...
Alla fine qualche idea in testa la avevo - portare l'associazione organizzatrice della conferenza "Un mondo in cammino" a Genova, o magari anche solo Carlo e i suoi libri - e sono andata via da Carmagnola con la testa piena di pensieri e di idee. Fuori dal capannone c'erano dei bellissimi alberi, e ho fatto qualche scatto.
Poi Giorgio mi ha accompagnato alla stazione, e ci siamo fermati in un bar a chiacchierare. Giorgio non è cambiato dentro. Fisicamente, sì. Ma dentro, è rimasto disilluso. Da l'idea di una persona terrorizzata dalla vita e dalle persone, e che per questo si costruisce un personaggio che lo ripara da tutto questo. Lo osservavo mentre beveva la sua birra e parlava dei suoi rapporti con la sua "simil-ragazza". Mi faceva tenerezza, in realtà. Mi dava i consigli. Ad un certo punto mi ha detto "Ecco, tu, ancora non hai l'ansia di avere figli. Aspetta di avere qualche anno in più e verrà anche a te". Sono cose che mi fanno molto sorridere, queste...Aspetterò, ho pensato. Ma se vorrò fare un figlio non attenderò che il desiderio spasmodico di farlo si impadronisca di me. Al massimo sarà il contrario.
Prendo il treno e volo a Torino. La città in questo periodo è splendida. Addobbata a festa, sembra fiorita, luminosa e piena di vita. La stazione è completamente nuova, tutta bianca, ci sono anche i bidoni per la raccolta differenziata. Davvero bella. Cammino per via Roma, piena di gente e di bancarelle che vendono prodotti tipici e caldarroste. Sono di corsa, ma piazza San Carlo mi lascia senza fiato. In piazza Castello, davanti al Teatro Regio, incontro Andrea. L'ho conosciuto sul treno di ritorno da Forlì. Ci siamo scritti per un po' sulla chat di facebook, e abbiamo deciso di conoscerci meglio "live". Andrea ha due occhi caldi color ambra, uno sguardo amichevole, è alto coi capelli scuri ed è decisamente una persona piacevole. Mi accompagna al mio b&b, un appartemento molto bello all'interno di un palazzo antico dietro piazza Castello. La casa è molto moderna ma in legno, con colori caldi e un cagnolino che ci accoglie timidamente. Andrea mi lascia: fra poco deve essere in Teatro. Lui suona la viola nell'orchestra e stasera va in scena la Cenerentola di Prokofiev. E io sono invitata. Penso che sono fortunata. Che non so se me lo merito. Che in questo periodo raccolgo cose che mi capitano in mano e che si rivelano d'oro.
La messa in scena della Cenerentola è molto moderna, mi dice una signora seduta vicino a me. Io non so, non me ne intendo, ma mi piace molto quello che vedo e sento. I ballerini mi sembrano bravissimi, e le coreografie mi trasportano in un mondo alternativo, magico. Sono stanca, stanchissima, ma lo spettacolo mi piace moltissimo, e resisto. Alla fine con Andrea andiamo a mangiare in un localino lì vicino. Chiacchieriamo molto. Lui è davvero la persona ideale con cui parlare: è gentile, gli occhi spalancati sul mondo, curioso, sensibile. Mi piace molto. Sì Sì. Ci raccontiamo pezzi delle nostre vite. Lui ha 43 anni, e io 31, ne avremmo di cose da dirci...
Dopo cena ognuno a casa propria, a dormire. Io ne avevo davvero bisogno, anche perchè il giorno dopo siamo andati a Superga. Abbiamo preso il tram, e arrivati alla base, siamo andati su con...non mi ricorderò mai come si chiama...bè, è una specie di trenino antico, specifico per la montagna, che ti porta su, fino in cima. Molto panoramico. Abbiamo girellato un po', intorno alla Basilica, poi abbiamo mangiato qualcosa, sempre chiacchierando. A me intanto mi veniva in mente che sarebbe stato bello portare anche lui a suonare a Genova. Quante cose che mi vengono in mente, in questo periodo! Non riesco a star dietro a tutto. Comunque, lavorerò anche a quello.
Mentre tornavo in treno, pensavo alla catena di eventi che mi aveva portato ad essere lì, a Superga, mentre un principe intanto se ne stava al nord, al freddo, in giro per Stoccolma. Pensavo che davvero, mi sentivo fortunata. Che alla fine le cose capitano da un niente, solo che se tu non ci sei, capitano a qualcun'altro. Tutto qui.
Lascio i link dell'Associazione che si è occupata di organizzare la conferenza contro il nucleare a cui ho partecipato:
PS: aggiungo questo video. Si tratta di un commento di Aldo Grasso alla commemorazione di Lennon, e contiene una critica alle parole dei documentari che condivido molto. Lo inserisco come pro memoria, perchè vorrei fare un post su questo argomento. Per ora, lascio il video.
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racconti
lunedì 6 dicembre 2010
Principi veri e falsi . nel senso di giovani usciti dalle fiabe
Penso che ultimamente ci sia carenza di principi.
Non so voi come la vediate sull'argomento, ma mi pare che i principi latitino, da un po' di tempo a questa parte. A parte i principi falsi, quelli che ballano in televisione e che sono principi solo di nome, o quelli, sempre falsi, che sono soltanto travestiti da principi, tutti belli azzimati, tutti compiti, che ti invitano al ristorante per fare i fighi, per tirarsela, o che ti tengono aperta la portiera ma ti lascerebbero cadere in un burrone in un batter d'occhio se vedono una fanciulla appena appena disponibile e non ancora conquistata. Ovviamente questi non sono veri principi. Sono dei truffatori, e bisognerebbe stare in guardia con gli occhi bene aperti per non farsi fregare. Ovviamente, i principi sono invitati a dire la loro sull'argomento.
No no no! Di principi davvero ultimamente neanche l'ombra! Ok, direte voi, ma qual'è allora un principe VERO? Vi faccio due esempi.
Esempio number one. Allora, qualche tempo fa lessi un libro giallo. Casa dei miei è piena di libri Giallo Mondadori, mia madre era una gande lettrice del genere. Ovviamente, non tutti imperdibili. Ecco, questo era uno perdibilissimo. Mi pare fosse di Richard Stark, o un nome del genere, e si intitolava "Il Vagabondo". Praticamente raccontava la storia di una ragazza super ribelle, in America - anni...20 o 30, direi - che doveva sposare un tizio che odiava, in fretta e furia - chissà perchè...non lo ricordo -. Bene. Sul più bello entra in Comune un tizio sporco, ubriaco, in fuga da chissà chi. E lei per ripicca dice subito "Ecco, io sposo questo tizio". Così, per fare un dispetto a suo padre che la voleva far sposare a un damerino locale, ricco e antipatico. Poi cosa succede: che i due scappano - perchè il tizio ubriaco e sporco, dicevamo, scappava da qualcuno che lo voleva morto. Dunque questo individuo sembra proprio quello che è: uno qualunque, un disgraziato che nella vita ha avuto solo guai e che avrà solo guai. Eppure, la ragazza, che scema non è, aveva intravisto qualcosa. Mentre questo se ne stava per terra, a vomitare e a gemere, lei si era accorta che qualcosa nel quadro non quadrava. Che c'era la nota stonata. Che non poteva essere così semplice. Lei si era accorta che forse quel disgraziato poteva anche, con un po' di fantasia, essere un principe. Detto e fatto. Un gesto. Uno sguardo. Un modo di essere. Un principe si vede da queste cose. Dai modi gentili. Dall'onestà e dalla sincerità. Credetemi, il cavallo è una balla. Molto più spesso, il vero principe se ne va a piedi, perchè non vuole stancare il cavallo. Che infatti è a casa, nel prato, a brucare l'erba.
Bè, dicevo. Salta fuori che questo poveraccio l'avevano fatto ubriacare apposta, per farlo arrestare. Di certo era invischiato in affari loschi, ma di certo era anche un vero principe. Un principe prima di fatto, e poi di nome. Un nobile, molto famoso, che si divertiva a mescolarsi alla gente normale e che spesso, purtroppo, finiva nei guai, perchè qualcuno veniva a saperlo e cercava di approfittarne. E così, la ragazza ribelle che per gioco afferma di voler sposare un ubriacone, alla fine della storia si ritrova sposata a un principe.
due esempi di principi: "Il piccolo principe" di Antoine De Saint Exupery e "Il principe felice" di Oscar Wilde. In mezzo la povera principessa che cerca di trasformare in principe un rospaccio (!!!)
Esempio number two. Uno dei miei scrittori preferiti è James Herriott, un veterinario - fra l'altro è morto non tanto tempo fa, e devo dire che mi manca. Bè, non ha vinto il Nobel, e forse non ha vinto niente, ma non ho ancora letto nessun altro scrittore che sappia raccontare così bene il rapporto fra uomo e animale, e fra campagna e progresso. Certe sue pennellate sono veramente dei capolavori che non hanno nulla da invidiare a scrittori molto più quotati di lui. Bè, dicevo. Un giorno nella cittadina dove abita arriva un giovane, mal vestito, con gli abiti tutti spaiati, e molto abbronzato. Spinge una carrozzina, e dentro c'è un grosso cane nero, di nome Jake. Non ha nient'altro che ciò che indossa, la carrozzina e un pacco con il ricambio. Herriott chiede agli abitanti chi sia questo strano giovane, così povero ma all'apparenza così felice, e tutti gli rispondono all'unisono che si tratta di un ragazzo fantastico, che passa di lì ogni tanto, per lavorare. Tutti lo amano, perchè è gentile, educato, pulito e sa fare di tutto, dal badare alle bestie, al costruire muretti a secco, staccionate, arare i campi, potare le siepi, stare coi bambini. Lo farebbero dormire volentieri in una stanza, a casa con loro, ma lui preferisce stare nel fienile, con il suo cane. Non resta mai nello stesso posto per più di un mese, anche se tutti vorrebbero tenerselo accanto molto di più. Non ha nient'altro che sé stesso e il suo cane. Questo personaggio non è un principe di nome. E' un principe di fatto. Ce l'ha nel sangue, la nobiltà, nel carattere e nelle ossa. E' un vero principe modesto, una specie in via di estinzione.
Mentre ripenso a questi due principi, mi guardo intorno, e mi rendo contro che forse un principe l'ho intravisto nella realtà pure io. Non l'ho messo a fuoco ancora, ma quel che è certo è che, dato che non lo è di nome, l'unica cosa che può fare è esserlo di fatto. Dunque i principi esistono ancora? Chissà, mi chiedo. Ogni tanto mi guardo allo specchio e penso: Le principesse, di sicuro, esistono.
Dunque, perchè arrendersi?
*neve*
Non so voi come la vediate sull'argomento, ma mi pare che i principi latitino, da un po' di tempo a questa parte. A parte i principi falsi, quelli che ballano in televisione e che sono principi solo di nome, o quelli, sempre falsi, che sono soltanto travestiti da principi, tutti belli azzimati, tutti compiti, che ti invitano al ristorante per fare i fighi, per tirarsela, o che ti tengono aperta la portiera ma ti lascerebbero cadere in un burrone in un batter d'occhio se vedono una fanciulla appena appena disponibile e non ancora conquistata. Ovviamente questi non sono veri principi. Sono dei truffatori, e bisognerebbe stare in guardia con gli occhi bene aperti per non farsi fregare. Ovviamente, i principi sono invitati a dire la loro sull'argomento.
No no no! Di principi davvero ultimamente neanche l'ombra! Ok, direte voi, ma qual'è allora un principe VERO? Vi faccio due esempi.
Esempio number one. Allora, qualche tempo fa lessi un libro giallo. Casa dei miei è piena di libri Giallo Mondadori, mia madre era una gande lettrice del genere. Ovviamente, non tutti imperdibili. Ecco, questo era uno perdibilissimo. Mi pare fosse di Richard Stark, o un nome del genere, e si intitolava "Il Vagabondo". Praticamente raccontava la storia di una ragazza super ribelle, in America - anni...20 o 30, direi - che doveva sposare un tizio che odiava, in fretta e furia - chissà perchè...non lo ricordo -. Bene. Sul più bello entra in Comune un tizio sporco, ubriaco, in fuga da chissà chi. E lei per ripicca dice subito "Ecco, io sposo questo tizio". Così, per fare un dispetto a suo padre che la voleva far sposare a un damerino locale, ricco e antipatico. Poi cosa succede: che i due scappano - perchè il tizio ubriaco e sporco, dicevamo, scappava da qualcuno che lo voleva morto. Dunque questo individuo sembra proprio quello che è: uno qualunque, un disgraziato che nella vita ha avuto solo guai e che avrà solo guai. Eppure, la ragazza, che scema non è, aveva intravisto qualcosa. Mentre questo se ne stava per terra, a vomitare e a gemere, lei si era accorta che qualcosa nel quadro non quadrava. Che c'era la nota stonata. Che non poteva essere così semplice. Lei si era accorta che forse quel disgraziato poteva anche, con un po' di fantasia, essere un principe. Detto e fatto. Un gesto. Uno sguardo. Un modo di essere. Un principe si vede da queste cose. Dai modi gentili. Dall'onestà e dalla sincerità. Credetemi, il cavallo è una balla. Molto più spesso, il vero principe se ne va a piedi, perchè non vuole stancare il cavallo. Che infatti è a casa, nel prato, a brucare l'erba.
Bè, dicevo. Salta fuori che questo poveraccio l'avevano fatto ubriacare apposta, per farlo arrestare. Di certo era invischiato in affari loschi, ma di certo era anche un vero principe. Un principe prima di fatto, e poi di nome. Un nobile, molto famoso, che si divertiva a mescolarsi alla gente normale e che spesso, purtroppo, finiva nei guai, perchè qualcuno veniva a saperlo e cercava di approfittarne. E così, la ragazza ribelle che per gioco afferma di voler sposare un ubriacone, alla fine della storia si ritrova sposata a un principe.
due esempi di principi: "Il piccolo principe" di Antoine De Saint Exupery e "Il principe felice" di Oscar Wilde. In mezzo la povera principessa che cerca di trasformare in principe un rospaccio (!!!)
Esempio number two. Uno dei miei scrittori preferiti è James Herriott, un veterinario - fra l'altro è morto non tanto tempo fa, e devo dire che mi manca. Bè, non ha vinto il Nobel, e forse non ha vinto niente, ma non ho ancora letto nessun altro scrittore che sappia raccontare così bene il rapporto fra uomo e animale, e fra campagna e progresso. Certe sue pennellate sono veramente dei capolavori che non hanno nulla da invidiare a scrittori molto più quotati di lui. Bè, dicevo. Un giorno nella cittadina dove abita arriva un giovane, mal vestito, con gli abiti tutti spaiati, e molto abbronzato. Spinge una carrozzina, e dentro c'è un grosso cane nero, di nome Jake. Non ha nient'altro che ciò che indossa, la carrozzina e un pacco con il ricambio. Herriott chiede agli abitanti chi sia questo strano giovane, così povero ma all'apparenza così felice, e tutti gli rispondono all'unisono che si tratta di un ragazzo fantastico, che passa di lì ogni tanto, per lavorare. Tutti lo amano, perchè è gentile, educato, pulito e sa fare di tutto, dal badare alle bestie, al costruire muretti a secco, staccionate, arare i campi, potare le siepi, stare coi bambini. Lo farebbero dormire volentieri in una stanza, a casa con loro, ma lui preferisce stare nel fienile, con il suo cane. Non resta mai nello stesso posto per più di un mese, anche se tutti vorrebbero tenerselo accanto molto di più. Non ha nient'altro che sé stesso e il suo cane. Questo personaggio non è un principe di nome. E' un principe di fatto. Ce l'ha nel sangue, la nobiltà, nel carattere e nelle ossa. E' un vero principe modesto, una specie in via di estinzione.
Mentre ripenso a questi due principi, mi guardo intorno, e mi rendo contro che forse un principe l'ho intravisto nella realtà pure io. Non l'ho messo a fuoco ancora, ma quel che è certo è che, dato che non lo è di nome, l'unica cosa che può fare è esserlo di fatto. Dunque i principi esistono ancora? Chissà, mi chiedo. Ogni tanto mi guardo allo specchio e penso: Le principesse, di sicuro, esistono.
Dunque, perchè arrendersi?
*neve*
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venerdì 26 novembre 2010
Il tesoro di Bussana .
Suonare mi manca un sacco.
E non l'avrei mai detto, che potesse mancarmi così tanto.
Forse perchè mi considero sempre capace di comandare le mie emozioni, a bacchetta.
Pensavo di poter comandare anche la mancanza.
Invece non è così.
Mercoledì sono andata a Bussana Nuova a sentire un concerto. Bussana Nuova è un paesino piccolo piccolo con una grande chiesa. Una chiesa assolutamente sproporzionata rispetto allo scricciolo di posto in cui è situata. Due grandi angeli vegliano sui fedeli, si occupano di incutere reverenziale timore e nulla più.
Il luogo del concerto era un'osteria, "La Peppia". Siamo stati accolti con un calore che di ligure non aveva nulla. Mi sembrava più che altro di essere in provincia di Napoli, e questo mi ha veramente stupito tanto. La gente aveva la faccia rossa e sorridente. Ero contenta.
Quando i musicisti hanno cominciato a montare il palco, mi è venuta veramente una stretta al cuore. C'è qualcosa di più del semplice suonare, nella fitta che ho sentito. Non era solo il suonare, era altro. Era come sentire la mancanza di qualcosa di finito, di passato. Li guardavo montare e pensavo "ecco, io lo farò ancora, nella vita, sicuramente. Ma sarà in un altro modo. Sarà diverso. Accanto a me ci sarà qualcun'altro. O non ci sarà nessuno".
Non è che voglia fare un dramma. Però questo era.
Mi manca tutto. Il viaggio. L'autogrill. I litigi. La fretta. Il cercare il posto. Il trovarlo. Salutare un posto nuovo, gente nuova. Sentirmi ospite, spesso gradita. Esplorare insieme. Montare. Srotolare cavi. L'asta. Reggichitarra. Leggio - ma solo per le cover! - Sgabello. Uh. Un giorno suonerò in piedi. Un giorno...e' che sono scomoda. Per la mano destra. Mi fa male la spalla. Ma un giorno. Con un braccio bionico. Eh!
Poi hanno cominciato. E io con loro. Anche se ero nel pubblico. Mi veniva da sorridere. Io non lo so, sarà che quando suono io mi fa così piacere vedere la gente che mi sorride, come i bambini. Allora sorridevo. c'era Spiccio che suonava, con quella faccia buffa da cagnolone bastonato, e io ero propro contenta di essere lì. In un certo qual modo, questa mancanza mi sta facendo crescere. Come un campo. Dopo che l'hai coltivato a lungo, devi lasciargli il tempo di riprendersi. Di tornare fertile. Ecco. Mi sento un po' così. Un campo. Un bel campicello. Ad un certo punto è salita sul palco una ragazza con una chitarra classica. L'accompagnava un clarinettista. Io ho pensato "Oh mamma, Joni Mitchell"! Perchè il viso era uguale sputato. Incredibile! Bè, non faceva le stesse cose della Mitchell, ma era comunque uno schianto. Io ero rapita. Suonava questa chitarrina classica che era una meraviglia. Leggera leggera, sembrava avere le mani di piuma. Ho trovato un tesoro in un'osteria di Bussana. Perchè non era solo che suonava bene, chissenefrega di quello. Era come stava lì, al microfono, davanti a tutti. Impara la neve. Era garbata, leggera, simpatica, spontanea. Un tesoro. Io vorrei essere così. Chissà se ogni tanto ci sono riuscita, ad essere così. Se anche ci sono riuscita per un solo istante, allora sono contenta di me stessa. E' bello essere contenti, ogni tanto, di sè stessi. Guardare gli altri e pensare "Sì, sono contenta". Fa bene alla salute.
Quando tornerò a suonare dal vivo sarò la persona più felice del Mondo.
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domenica 7 novembre 2010
I pesci e la serata nera
...ma non nel senso che ho conosciuto un branzino a cui è andato male il sabato sera.
Nel senso che dopo un po' che non la vedevo, ho appunto rivisto una mia amica che è un poco sfuggente. Tende a scomparire. La vedi una volta, e poi passano mesi prima di incontrarla di nuovo. Peccato, perchè ce ne fossero di persone così. Appassionate del loro lavoro - lei è pittrice/fotografa e insegnante, ogni tanto, di storia dell'arte - con un certo bagaglio culturale, capaci di tenere un discorso non banale anche su cose quotidiane, su cose che quindi facilmente attirano su di sè il "banale".
Bè, la storia dei pesci inizia dopocena. Bizzarro, perchè i pesci non facevano parte del menù - meno male, visto che sono vegetariana! - e anzi, dovevano entrare nel discorso possibilmente belli arzilli. Infatti, dopo un'ottima cena a base di zucca - giustamente, era il post Halloween - cominciamo a chiacchierare, e lei mi spiega alcun progetti in cui è coinvolta. Fattostà, mi spiega di aver tenuto una mini-conferenza sul pesce nella storia dell'arte. Il tema non è per niente banale, mi dico, e mi chiedo "ma cosa diavolo si sarà inventata?".
Detto e fatto: mi ha raccontato la differenza fra arte occidentale e arte orientale. Perchè nell'arte occidentale il pesce è sempre morto? Una cosa, per altro, che ci domandiamo tutti...o sbaglio?
:)
Bando all'ironia. Voglio dire, non ci avevo mai pensato! E' vero, per giove! Quando mai vedi un merluzzo saltellante in un quadro d Botticelli? O una sogliola allegra e piena di vita in qualche scultura di Michelangelo? Mai. Al massimo trovi dei poveri pesci ormai da tempo abbandonati dalla vita nelle nature morte. Invece, mi spiegava lei, nell'arte orientale - Cina e Giappone soprattutto - di pesci vivi ce ne sono tantissimi. E come mai? Perchè il mondo sottomarino è stato molto più presente nella vita degli orientali di quanto non lo sia stata per noi occidentali. Mi spiego meglio - tramite le parole di questa mia amica - nell'arte occidentale la presenza di elementi marini effettivamente reali - pesci come piante come fondali - è limitata a periodi relativamente recenti. Viene spontaneo metterla in relazione con le scoperte scientifiche: quando il mondo sotto il livello del mare è diventato meno misterioso grazie alle esplorazioni, ecco che compare anche nell'arte, nella sua realtà. Nell'arte delle epoche passate, invece, mancando completamente la parte dell'osservazioni con gli occhi - oppure, essendo la vista limitata alla realtà manchevole, ovvero solo esseri marini morti - è dovuta intervenire l'osservazione fatta unicamente con la fantasia. Ed ecco che i mondi sottomarini presenti in questa arte sono mondi fantasiosi che copiano il mondo terrestre: boschi, uomini e donne pesce, aberi e via dicendo. Senza andare a cercare roba strana, penso alle sirene: misteriose creature femminili che popolano leggende ed epopee. Solo recentemente si è scoperto che erano semplicemente dei lamantini, mammiferi marini molto schivi.
Scuola Napoletana del XVII sec., J. Davidsz de Heem (1634), Edouard Manet (1864) .
Completamente opposto il discorso per l'arte orientale. Da sempre l'arte figurativa giapponese è piena di creature marine. Come mai questa differenza così evidente? Perchè sin in dai tempi antichi il laghetto fa parte del panorama artistico giapponese. In parole povere, i giapponesi hanno sempre costruito laghetti nei propri giardini imperiali. Laghetti pieni di vita, dunque di pesci e flora lacustre. Hanno avuto molto più tempo - secoli - per osservare la vita marina. In Occidente l'abitudine di costruire laghi nei giardini è molto più recente, dunque i risultati di queste osservazioni arrivano molto in ritardo nell'arte figurativa.
Giappone .
Apriti cielo. E quando mai ti capita di fare questo tipo di conversazioni? Dunque l'ho ascoltata pendendo dalla sue labbra, letteralmente.
Il secondo argomento di una delle sue mini-conferenze era, appunto, il nero. Cosa dire del nero, senza scadere nel banale? Streghe, musica dark ed esoterismo? Mi raccontava che di fronte al suggerimento che le era stato dato - Goya e i suoi quadri con le streghe - lei aveva fatto presente che in realtà l'intento di Goya non era esoterico ma satirico. Non aveva rappresentato le streghe in quanto donne malefiche autrici di malvagi incantesimi, ma in quanto simbolo della credulità e della cattiva dell'epoca.
Notturno con streghe, 1798 circa, e Il sabba delle streghe, 1797-1798
Che dire d'altro?
Dunque è andata così, la mia serata nera a base di pesci - vivi.
Decisamente ho imparato delle cose.
Poi la mia amica mi ha parlato anche della Cina, e sulla strada di casa abbiamo trovato - letteralmente - Cristo per terra.
Curiosi, eh?
Ma quella sarà la prossima puntata.
*neve*
PS COMICO & LEGGERO: dopo tutto questo sacco di roba seria, vi lascio con un filmato di Luciana Littizzetto a "Che Tempo Che Fa" a proposito del Bunga Bunga :)
LinkS .
Se non potete fare a meno di vedere almeno una natura morta con pesci al giorno, secondo me avete dei problemi, però potete andare qui:
Se volete vedere altre immagini di arte giapponese riguardante i pesci, potete andare qui:
http://www.google.it/images?q=arte+giapponese
http://www.google.it/images?q=arte+giapponese
Queste invece sono immagini di opere di un artista giapponese che ho trovato per caso e che ho trovato splendido, Hiroshige: http://www.google.it/images?q=hiroshige.
Qui trovate la sua vita: http://it.wikipedia.org/wiki/Hiroshige_Utagawa .
Qui trovate la sua vita: http://it.wikipedia.org/wiki/Hiroshige_Utagawa .
martedì 13 ottobre 2009
La connessione
Liam è una brava persona, un bravo ragazzo. Non c'è niente da fare. Con quella faccia. Potrebbero scritturarlo per un teen movie. Anche se ha 34 anni ci starebbe ancora bene. Sono anni che gliela meniamo, che somiglia a Michale J. Fox. Lui lo sa, dunque non se la prende più di tanto per una battuta che dopo dieci anni potrebbe anche dare a noia.
Liam è uno dei più cari amici che ho. Per questo mi scoccia sapere che è pieno di problemi fino al collo. Lui devo dire che non la da tanto a vedere. Oggi, per esempio, ci siamo visti per uno dei nostri soliti aperitivi - ogni tot ci prendiamo un aperitivo per aggiornamenti - e l'ho visto molto in forma. Tant'è che gliel'ho pure detto. "Sei un'amica" mi ha risposto "Non è vero, lo dici solo perchè mi vuoi bene". Bè, questo è certo. Lo conosco da più di dieci anni, e non abbiamo ancora mai litigato. Un record. Bè, come dicevo, Liam nei casini ci sguazza. Tra lavoro e ragazza naviga determinato verso l'esaurimento nervoso, ma si vede che è molto convinto di ciò che sta facendo. Non starò qui a raccontare cosa e come e chi. Non è di molto interesse. Quello che conta è che veramente mi fa piacere parlare con lui. Come dice una canzone che devo aver sentito qualche tempo fa, "mi conforta parlare con lui". Mi conforta ascoltare. Certo vorrei avere la formula magica e far sparire tutti i suoi problemi. Gli creerei una bella casa grande, per cui lui non dovrebbe pagare niente, e andrebbe a viverci con la sua adorata ragazza - non so se ho mai visto un uomo così innamorato perdutamente. o meglio, sì, l'ho visto. però lui mi da l'idea di non averne mai visti prima -. Poi gli darei subito un bel lavoro soddisfacente. Potrebbe vendere libri quando e come vuole. E poi basta. Perchè credo che non abbia bisogno di nient'altro. Alla fine Liam è una persona che non chiede tanto alla vita. Chiede quello che vale la pena di chiedere. Certo se non prendesse certe schifezze io sarei più felice, ma d'altronde...chi è perfetto? E poi questa è un'altra storia. Ma perchè sto scrivendo questo? Fondamentalmente, solo perchè quando torno a casa dopo aver chiacchierato con Liam mi sento meglio. Non fraintendetemi: non è che io sia allegra che lui mi racconti i suoi problemi. Davvero preferirei che non avesse. Ma mi fa piacere che si fidi di me. Non penso di essergli di così tanto aiuto, in realtà. Manco di fantasia, su certe cose. Ma è quella misteriosa connessione fra esseri umani ad abbagliarmi, quando chiacchiero con lui. Perchè ho sempre la sensazione che ci siano tante cose meravigliose - letterariamente meravigliose - che non mi dice, che non mi dirà. Liam ha la testa piena di piume, e difatti sembra sempre lì lì per volarsene via. Poi tant'è, deve avere anche scarpe con la suola pesante, e rimane sempre a terra. Ma dicevo. La connessione. La meravigliosa e inesplicabile capacità degli esseri umani di cogliersi a vicenda in pochi attimi. Pascoli parlava di "fessura" o "ferita", che si apre quando a mezzogiorno d'estate fa caldissimo. Si apre la fessura che è una porta per l'altro mondo. A me sembra tutto molto più facile. Pensa, può accadere anche davanti a un semplice bicchiere di vino. O forse è solo che siamo amici, e con gli amici le cose vanno anche così. Semplicemente.
Naturalmente Liam non si chiama Liam. Sennò non ci sarebbe gusto.
*neve*
Liam è uno dei più cari amici che ho. Per questo mi scoccia sapere che è pieno di problemi fino al collo. Lui devo dire che non la da tanto a vedere. Oggi, per esempio, ci siamo visti per uno dei nostri soliti aperitivi - ogni tot ci prendiamo un aperitivo per aggiornamenti - e l'ho visto molto in forma. Tant'è che gliel'ho pure detto. "Sei un'amica" mi ha risposto "Non è vero, lo dici solo perchè mi vuoi bene". Bè, questo è certo. Lo conosco da più di dieci anni, e non abbiamo ancora mai litigato. Un record. Bè, come dicevo, Liam nei casini ci sguazza. Tra lavoro e ragazza naviga determinato verso l'esaurimento nervoso, ma si vede che è molto convinto di ciò che sta facendo. Non starò qui a raccontare cosa e come e chi. Non è di molto interesse. Quello che conta è che veramente mi fa piacere parlare con lui. Come dice una canzone che devo aver sentito qualche tempo fa, "mi conforta parlare con lui". Mi conforta ascoltare. Certo vorrei avere la formula magica e far sparire tutti i suoi problemi. Gli creerei una bella casa grande, per cui lui non dovrebbe pagare niente, e andrebbe a viverci con la sua adorata ragazza - non so se ho mai visto un uomo così innamorato perdutamente. o meglio, sì, l'ho visto. però lui mi da l'idea di non averne mai visti prima -. Poi gli darei subito un bel lavoro soddisfacente. Potrebbe vendere libri quando e come vuole. E poi basta. Perchè credo che non abbia bisogno di nient'altro. Alla fine Liam è una persona che non chiede tanto alla vita. Chiede quello che vale la pena di chiedere. Certo se non prendesse certe schifezze io sarei più felice, ma d'altronde...chi è perfetto? E poi questa è un'altra storia. Ma perchè sto scrivendo questo? Fondamentalmente, solo perchè quando torno a casa dopo aver chiacchierato con Liam mi sento meglio. Non fraintendetemi: non è che io sia allegra che lui mi racconti i suoi problemi. Davvero preferirei che non avesse. Ma mi fa piacere che si fidi di me. Non penso di essergli di così tanto aiuto, in realtà. Manco di fantasia, su certe cose. Ma è quella misteriosa connessione fra esseri umani ad abbagliarmi, quando chiacchiero con lui. Perchè ho sempre la sensazione che ci siano tante cose meravigliose - letterariamente meravigliose - che non mi dice, che non mi dirà. Liam ha la testa piena di piume, e difatti sembra sempre lì lì per volarsene via. Poi tant'è, deve avere anche scarpe con la suola pesante, e rimane sempre a terra. Ma dicevo. La connessione. La meravigliosa e inesplicabile capacità degli esseri umani di cogliersi a vicenda in pochi attimi. Pascoli parlava di "fessura" o "ferita", che si apre quando a mezzogiorno d'estate fa caldissimo. Si apre la fessura che è una porta per l'altro mondo. A me sembra tutto molto più facile. Pensa, può accadere anche davanti a un semplice bicchiere di vino. O forse è solo che siamo amici, e con gli amici le cose vanno anche così. Semplicemente.
Naturalmente Liam non si chiama Liam. Sennò non ci sarebbe gusto.
*neve*
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giovedì 6 marzo 2008
Due sensi invece di uno
Sabato pensavo di essere in ritardo. Infatti lo ero, solo che non c'era comunque nessuno. Matteo spazzava per terra. "Siete arrivati terzi, ma sono tutti fuori a fumare una sigaretta. Arrivano e vanno a fumare". Così abbiamo pensato di fare i suoni per primi. Una volta eravamo più leggeri. Una chitarra, e via. Ora col cajon, il computer e la tastiera è un'altra cosa. Prima o poi saremo peggio dei Dresda che fanno post-rock, pensavo mentre montavamo tutto. Matiz era andato con Valeria a comprare non so cosa, così abbiamo provato prima le solite canzoni. Non c'è niente da fare, pensavo mentre provavo Lady Oltremare. Per quanto esistano posti accoglienti, il Buridda li batte tutti. Non si presenta bene, questo no: un grosso stanzone freddo e sempre piuttosto sporco. Il pavimento ha l'aria che anche se lo sfreghi non sarà mai pulito, dunque tanto vale lasciarlo così. Però c'è Matteo che sembra sempre un tuo parente simpatico, Anna in cucina fa i miracoli che solo una vegetariana con molta fantasia può fare, arrivano gli altri gruppi, che un po' li conosci, un po' è come se li conoscessi già, tutto diventa maledettamente "casa", però meglio. Forse solo l'Oplonti a Torre Annunziata assomiglia al Buridda. Qui la gente anche se non la conosci è come se fosse della tua tribù, dunque non ti viene voglia di ammazzarla. Prima o poi sai che ci scambierai due parole, e saranno quelle buone.
Torna Matiz, e proviamo il pezzo. Io ero terrorizzata: mai provato tutto insieme, ma Davide dice che viene una meraviglia, e finisce per convincere anche me. Finisco le prove rassicurata. Provano i Chewingum. Vengono da Sinigallia. Io mi vergogno di non sapere dove sia Sinigallia, così non lo chiedo. Chissà perchè mi immagino che sia vicino a Milano. Più tardi, a notte fonda, scopro che è vicino ad Ancona. Comunque fanno una musica allegra, "ragazzina". Il cantante ha la faccia da dodicenne, ma non capisco quanti anni possa avere. Dice che fanno "gay-pop". Calza a pennello. Ci regaleranno grandi cose. I Dresda si apprestano a fare il loro check, mentre noi ci stiamo sedendo a tavola. Arrivano un po' tutti: Simone Compost, Hiperfunderai, Pazuzu, Genico...facce note, per lo più. La pasta di Anna è un poema di sugo al pomodoro, ricotta e melanzane. Non riesco a credere che in Liguria esistano delle melanzane così. Bisognerebbe scriverci su qualcosa. Almeno una poesia. Mi guardo intorno e penso che siamo fortunati ad avere un posto così: musicisti, pubblico, tutti seduti insieme a mangiare e a chiacchierare. Dico che è una magia che succeda ancora. Mi viene in mente tutte le volte che ho letto dei "magici anni '60", le comuni, le feste. Tutto sommato, il Buridda ci si avvicina molto. Almeno, io me li immagino così, quegli anni. Quelle atmosfere sopravvivono sotto a tutto il resto, come un sottobosco. Noi siamo il popolo del sottobosco. I più resistenti: sopravviveremo alle intemperie e alle mancanze di cibo, perchè ci accontentiamo di poco, e il molto ce lo portiamo dentro, come una specie di cammello.
Arrivano anche i June Miller, persi in autostrada. I Furniture Girls fanno il check, a ridosso dell'inizio. Comincia ad arrivare gente. Si comincia.
La serata è stata un successo. Piena di cose, di suonatori diversi, di voci diverse, di strumenti diversi. C'era l'aria che può esserci poco prima che scoppi una bomba: irreale, odore di cordite, sensazione di essere da un'altra parte. Tutto aveva un senso. Tutto nel pieno dell'esplosione diventa molto colorato, molto intenso, e può anche non piacere. Ma è necessario.
I Furniture Girls avevano un aspetto antipatico, ma erano necessari. Io spesso mi arrabbio per nulla. I Dresda avevano problemi sul palco, ma il loro nuovo suono - un trillo dal computer - era necessario. Il cantante dei Chewingum aveva una voce da ragazzina saputella, quella che alle medie avresti volentieri buttato giù dalla finestra, ma non te la aspetti sul palco del Buridda. Mi sono goduta le loro canzoni-cartoni animati ballando ballando. Forse da loro ho imparato qualcosa.
Io sul palco mi sentivo irreale. Avevo le mani appiccicose, le luci negli occhi, però mi sentivo necessaria, perciò ho fatto quello che dovevo fare. Cinque canzoni, più il pezzo con Matiz. Mentre lo sentivo rappare mi dicevo "lo sto facendo veramente, sta andando, sta andando". Tutto è andato come doveva. La voce usciva da sola, la musica anche. Sono scesa che volevo saltare, e Matiz rappava sulle sue basi. Quando ha finito l'abbiamo abbracciato. Ce lo meritavamo tutti quanti.
Federico dei June Miller ha una voce da non-ventenne, pensavo mentre li ascoltavo. Sembra troppo sofferente per avere 20 anni. E' bravo. Andrà lontano. Poi ha fatto il tapping. Lo guardavo e pensavo, non posso farlo anche io. Diranno che lo imito. Peccato, perchè il tapping è fenomenale.
Ormai non sono più Neve Su Di Lei. Siamo I Neve Su Di Lei. Me lo sono ricordato in macchina. Ho pensato, quel flauto e quel violino sono troppo belli, e non li faccio io. Li fa lui. Davide. Sì sì, siamo in due. Due sensi invece di uno. Ci si guadagna.
Torna Matiz, e proviamo il pezzo. Io ero terrorizzata: mai provato tutto insieme, ma Davide dice che viene una meraviglia, e finisce per convincere anche me. Finisco le prove rassicurata. Provano i Chewingum. Vengono da Sinigallia. Io mi vergogno di non sapere dove sia Sinigallia, così non lo chiedo. Chissà perchè mi immagino che sia vicino a Milano. Più tardi, a notte fonda, scopro che è vicino ad Ancona. Comunque fanno una musica allegra, "ragazzina". Il cantante ha la faccia da dodicenne, ma non capisco quanti anni possa avere. Dice che fanno "gay-pop". Calza a pennello. Ci regaleranno grandi cose. I Dresda si apprestano a fare il loro check, mentre noi ci stiamo sedendo a tavola. Arrivano un po' tutti: Simone Compost, Hiperfunderai, Pazuzu, Genico...facce note, per lo più. La pasta di Anna è un poema di sugo al pomodoro, ricotta e melanzane. Non riesco a credere che in Liguria esistano delle melanzane così. Bisognerebbe scriverci su qualcosa. Almeno una poesia. Mi guardo intorno e penso che siamo fortunati ad avere un posto così: musicisti, pubblico, tutti seduti insieme a mangiare e a chiacchierare. Dico che è una magia che succeda ancora. Mi viene in mente tutte le volte che ho letto dei "magici anni '60", le comuni, le feste. Tutto sommato, il Buridda ci si avvicina molto. Almeno, io me li immagino così, quegli anni. Quelle atmosfere sopravvivono sotto a tutto il resto, come un sottobosco. Noi siamo il popolo del sottobosco. I più resistenti: sopravviveremo alle intemperie e alle mancanze di cibo, perchè ci accontentiamo di poco, e il molto ce lo portiamo dentro, come una specie di cammello.
Arrivano anche i June Miller, persi in autostrada. I Furniture Girls fanno il check, a ridosso dell'inizio. Comincia ad arrivare gente. Si comincia.
La serata è stata un successo. Piena di cose, di suonatori diversi, di voci diverse, di strumenti diversi. C'era l'aria che può esserci poco prima che scoppi una bomba: irreale, odore di cordite, sensazione di essere da un'altra parte. Tutto aveva un senso. Tutto nel pieno dell'esplosione diventa molto colorato, molto intenso, e può anche non piacere. Ma è necessario.
I Furniture Girls avevano un aspetto antipatico, ma erano necessari. Io spesso mi arrabbio per nulla. I Dresda avevano problemi sul palco, ma il loro nuovo suono - un trillo dal computer - era necessario. Il cantante dei Chewingum aveva una voce da ragazzina saputella, quella che alle medie avresti volentieri buttato giù dalla finestra, ma non te la aspetti sul palco del Buridda. Mi sono goduta le loro canzoni-cartoni animati ballando ballando. Forse da loro ho imparato qualcosa.
Io sul palco mi sentivo irreale. Avevo le mani appiccicose, le luci negli occhi, però mi sentivo necessaria, perciò ho fatto quello che dovevo fare. Cinque canzoni, più il pezzo con Matiz. Mentre lo sentivo rappare mi dicevo "lo sto facendo veramente, sta andando, sta andando". Tutto è andato come doveva. La voce usciva da sola, la musica anche. Sono scesa che volevo saltare, e Matiz rappava sulle sue basi. Quando ha finito l'abbiamo abbracciato. Ce lo meritavamo tutti quanti.
Federico dei June Miller ha una voce da non-ventenne, pensavo mentre li ascoltavo. Sembra troppo sofferente per avere 20 anni. E' bravo. Andrà lontano. Poi ha fatto il tapping. Lo guardavo e pensavo, non posso farlo anche io. Diranno che lo imito. Peccato, perchè il tapping è fenomenale.
Ormai non sono più Neve Su Di Lei. Siamo I Neve Su Di Lei. Me lo sono ricordato in macchina. Ho pensato, quel flauto e quel violino sono troppo belli, e non li faccio io. Li fa lui. Davide. Sì sì, siamo in due. Due sensi invece di uno. Ci si guadagna.
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